Non è un paese per backpacker

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Era l’estate australiana del 2009; dopo i grandi e ricchi lavori di Griffitth e quelli duri e faticosi della East Coast, con Alex e Sven stavamo cercando pigramente qualche lavoretto nel Nord-Est del continente. Eravamo decisamente demotivati, sia per i continui rifiuti sia perchè, non avendo alcuna nuova entrata, ci imponevamo il massimo risparmio. Il risultato era: mangiare cibo che probabilmente non sarebbe piaciuto nemmeno ai cani e dormire sovente in tenda, quando possibile, se non addirittura in macchina; nell’ipotesi del sonno automobilistico eravamo consci che la sveglia ce l’avrebbe data un poliziotto, intimandoci di andarcene via. Era un vita dura: fatta di latte a lunga scadenza, fagioli e riso in sacchi da 20 kg. Quando eravamo in vena di festeggiare, ci concedevamo un panino al Mc Donald: ma doveva essere veramente qualche occasione speciale. L’auto assorbiva la maggior parte dei nostri fondi e, lanciati nelle immense highway australiane, bussavamo di fattoria in fattoria alla ricerca di lavoro; cercavo di non pensare che in Italia ero un promettente regista, laureato con 110/110, mentre ora dormivo per strada e rubavo la carta igienica dai bar. Per spezzare la monotonia e la tristezza, avevamo fatto decorare la nostra auto artisticamente con tutta una serie di stencil e aerografate varie da uno “street artist” locale (o così si era autoproclamato lui). Come spesso accade in questi casi, la realtà si discosta parecchio dalle aspettative, così l’auto – che immaginavo sarebbe risultata una sorta di opera d’arte post-moderna – in realtà assomigliava  più ad un “dalmata” ammalato.

I miei compagni di viaggio erano Alex, con il quale avevo condiviso la partenza e parte del primo viaggio asiatico, e Sven. Quest’ultimo era una sorta di Mr Bean tedesco, ironico e disilluso, fortissimo bevitore e – nella mia testa – potenziale serial killer, che annegava i propri demoni nell’alcool. Tutto sommato la compagnia era ben assortita: il mio pragmatismo, il pessimismo di Alex e la divertita noncuranza di Sven funzionavamo abbastanza bene.

Stavamo percorrendo la lunga strada che da Cairns porta a Townsville; verso il tramonto decidemmo di fermarci in un paesino lungo la costa. La spiaggia era bellissima: palme che lambivano il mare, sabbia finissima; se non fosse stato per i cartelli che avvertivano di non fare il bagno a causa dei coccodrilli mangiauomini sarebbe stato proprio un paradiso…

Facciamo un rapido tour della cittadina, in verità molto piccola e abbastanza simile a tutte le altre cittadine australiane che poi ricordano incredibilmente le cugine di provincia statunitensi, un po’ Cabot Cove e un po’ Hazzard. Sven insiste per procurarsi un Goone di vino: in fondo sono circa 3 ore che non beve alcool e non ho idea di cosa comporti la sua “sanità”: forse deve placare le voci in testa che gli ordinano di farsi saltare in aria. Un goone di vino è la summa dello spirito australiano; se in Italia si è abituati a bere ricercando un minimo di qualità, agli australiani  frega poco. Non si beve per gustare il nettare di Bacco: il fine ultimo è ubriacarsi. Prendete un cartone di Tavernello, ma più scadente,  moltiplicate per cinque il volume e avrete un’idea del prodotto. Si tratta di vino che dall’uva allo scaffale impiega non più di  3 settimane ed ha una quantità di prodotti chimici da far impallidire un’industria farmaceutica. Zuccherate in abbondanza et voilà…il best seller delle bevande alcoliche, giusto per perdere quanto prima i freni inibitori.  Sven in questo ci andava a nozze e così lo accontentiamo procurandogli il cartone da 5 litri di orrida bevanda dal sapore di sciroppo per la tosse. Usciti dall’emporio ci dirigiamo verso la spiaggia e incrociamo sulla strada due studentesse in divisa marrone di circa 12 anni che stanno correndo e ridendo. Badate bene perchè questo particolare è importante, come è anche importante il fatto che io stessi guidando e ignoravo  in che attività  Sven fosse impegnato sul sedile posteriore.

Decidiamo di fermarci in un parcheggio fronte spiaggia e, scaricato tutto il necessario, accendiamo un fuoco e prepariamo il nostro accampamento, debitamente distante dall’acqua: si sa mai che un rettile venga a prendere un po’ d’aria la sera!

Sembra di stare in una pubblicità della Coca Cola:  falò, salsicce (con più del 15% di carne) sul fuoco e ovviamente il nostro mefitico vino in cartone. Mentre il sole saluta all’orizzonte dando l’ultima pennellata di viola scuro al cielo, si avvicinano dei bambini. I loro genitori stanno facendo una grigliata poco distante da dove abbiamo parcheggiato la nostra auto dalmata e i fanciulli, che giocavano in spiaggia, sono stati attirati dal nostro accampamento. La situazione è molto piacevole: i fanciulli ci chiedono da dove veniamo e cosa facciamo, infantilmente curiosi come lo sono tutti i bambini; probabilmente veniamo dalla Luna: nelle loro teste,  Italia e Germania sono dall’altra parte della Galassia. Divertiti, mentre cuciniamo le salsicce, evochiamo ai fanciulli rapiti paesaggi delle nostre terre d’origine.

La conversazione si fa più angosciante quando i giovani ci raccontano della loro vita di pre-adolescenti australiani: serate in cui i loro genitori tornano a casa ubriachi sbattendo e cadendo ovunque e loro dall’alto dei loro 11 anni si trovano costretti a prendersi cura di loro. Lo raccontano con una espressione in volto così rassegnata e al contempo matura da farmi venire un gigantesco groppo in gola: è questa dunque l’altra faccia di questo idillio australiano? Terra promessa per molti europei (non certo per me)? Orde di genitori ebbri che caracollano in casa raccattati e rimessi a letto dai loro figli poco più che bambini?

Cosa possiamo fare noi in fondo? Nulla, se non giocare con loro attorno al fuoco; tiro fuori qualche rimembranza scout, così per divertirci, Sven pare aver bevuto perfino meno del solito. Siamo in un momento di bucolico idillio, quando arriva un grosso, barbuto e sputacchiante Orco che ci chiede se la macchina “piena di disegni di merda” è nostra.  Rispondo affermativamente mettendola un po’ in battuta “eh volevamo tappezzarla da gara, ma gli sponsor non ci hanno dato molti soldi…“.  Mangiafuoco non ride. Prima manda via i bambini, che evidentemente conosce: le sue parole urlate al sapore di birra non ammettono repliche e i ragazzini ripiegano in tutta fretta, poi inizia a lanciarsi in improperi contro di noi. Sospettavo che non fosse venuto anche lui a fare due amabili chiacchiere con tre giovani stranieri. Il tasso alcolico non contribuisce a rendere chiaro il già strascicato accento australiano e inizialmente supponiamo che Mangiafuoco in qualche modo sia allarmato dal fatto che i bimbi si stessero intrattenendo con sconosciuti in spiaggia. Comprensibile. Alex è atterrito, mentre Sven, secondo me,  sta ancora pensando di parlare ai bambini: tocca a me cercare di calmare l’omone barbuto. Impresa che si rivela ardua, dal momento che l’energumeno è un fiume in piena… Tra un insulto e una minaccia comincio a comprendere il motivo del suo astio: afferma di non volere gente come noi, che portiamo solo problemi, che lo sceriffo è suo cugino e ci fa arrestare tutti.

Inserendomi tra un improperio e l’altro, cerco di spiegare al barbuto che non ho idea di cosa stia parlando; in tutta risposta lui mi tira addosso un appuntito pezzo di metallo che riconosco come l’antenna dell’auto. Constatando che: A) mi trovo nella provincia di un paese a 15000 km da casa,  B) I backpacker solitamente sono visti male nelle tolleranti grandi città, figurarsi in un paesino come questo,  C) lo sceriffo è suo cugino,  decido di non reagire alle provocazioni e mi scuso (ancora non ho idea per cosa) con il classico “Ci deve essere stato un terribile errore“. Sembra funzionare e il malefico Santa Claus incazzato, tra uno sputacchio e l’altro, finalmente chiarisce il motivo di tanta alcolica rabbia. Abbiamo “terrorizzato” due povere piccole scolare indifese, noi banda di predoni stradali dai sorrisi minacciosi…Flashback. Ricordo le due piccole studentesse, ma mi parevano tutt’altro che terrorizzate…ma non ho idea di cosa però abbia fatto Sven, occultato alla mia vista sul sedile posteriore. Il silenzio del Tedesco getta qualche ombra sull’ineccepibile comportamento che vado sbandierando all’incazzatissimo Australe. Non saprò mai se Sven abbia o non abbia fatto qualcosa: nei rari casi di sua sobrietà dei giorni a seguire proverò a capirlo, ma Jeckyll non sa cosa fa Hyde, e lui proclamerà sempre la sua innocenza per tutto il tempo che passeremo assieme. Dal momento che l’energumeno continua nella sua minacciosa arringa decidiamo di salutarlo e andare via: “Non vogliamo problemi“. Noi poveri veterani del Vietnam cacciati nella notte dalla nostra spiaggia mangiauomini! Mentre sommessamente raccogliamo i nostri scarsi averi, la moglie del Tizio interviene disperata scusandosi, mugola che di solito non sono così maleducati: “E’ solo che ha bevuto un pochino“…ah cara Maria Maddalena: se questo è il quadretto familiare tipico australiano mi tengo volentieri la mia Europa piena di casini e contraddizioni! Con fare saggio e bonario rassicuro la donna: “Don’t Worry“, la guardo con un sorriso messianico: io vi perdono perchè non sapete ciò che fate, ma il momento evangelico è interrotto da una nuova irruzione dell’orso australiano…”Vattene donna, non parlare con loro, maledetti demoni“.

Ed eccoci qua, a dormire ancora una volta nel parcheggio di un centro commerciale, ingiustamente accusati di un crimine che non abbiamo mai commesso…credo. Oltre all’antenna divelta, il ZZtop australe ci ha pure sgonfiato le ruote e quindi altri soldi da destinare al nostro mezzo di locomozione. Mentre osservo i lampioni attraverso il parabrezza, maturo l’idea che anche i luoghi come gli uomini hanno dei sentimenti, amano e odiano esattamente come noi. In fondo l’Australia con i suoi canti aborigeni è sempre stata una terra permeata da energie mistiche, perchè queste non potrebbero sfociare in veri e propri sentimenti? Quelle sensazioni, che a volte proviamo in certi posti, quel sentirci a casa forse non è niente altro che una implicita approvazione del luogo dove ci troviamo. Probabilmente è così. Probabilmente sto antipatico all’Australia, non le piaccio, ci abbiamo anche provato, ma non ha funzionato…beh, sai che ti dico? Non piaci nemmeno a me, covo di spine, rettili mortali, meduse assassine e orchi ubriaconi, me ne torno da chi mi vuole bene in sud est asiatico, tieniti i tuoi canguri…Il filo dei miei pensieri nel dormiveglia è interrotto da un poliziotto che bussa al finestrino. E’ l’alba e non si può dormire lì, dobbiamo andare via…sì, sì tranquillo, andiamo via… dobbiamo decisamente andare via.

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