La dura legge delle Filippine

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Era metà Novembre del 2008: in Europa la crisi dilagava, si avvicinava il mio trentesimo compleanno e stavo vivendo l’inizio esuberante e spensierato del mio viaggio senza biglietto di ritorno. Eravamo io, Fabio, Mattia e Alex, ancora uniti nel nostro vagare fin dalla Thailandia: ogni paese era una novità, un cambio di paesaggi, volti e profumi… era inebriante.

Arriviamo alle Filippine dopo il Borneo e l’inizio non è dei migliori;  già in aeroporto cominciano le seccature: è necessario un biglietto di uscita dal paese. Noi siamo sempre stati abituati a pianificare una data di arrivo, mai una di partenza, andiamo via quando siamo stanchi…No, alle Filippine non si può. Prendiamo quindi un volo per Bali ad un prezzo decisamente poco conveniente, ma vista la contingenza ci adattiamo. Siamo seccati dall’accoglienza e trovarci a Manila, la capitale, non è il più piacevole dei benvenuti nel paese. La città è un coacervo di immondizia, povertà e gente poco raccomandabile; non abbiamo nessuna intenzione di fermarci a lungo e, trovata una nave che ci porterà via da quel bordello di cemento e topi, andiamo a farci un paio di birre in attesa dell’ora di partenza.

Mentre stiamo per entrare in uno degli innumerevoli market shop, notiamo un venditore ambulante di strumenti musicali. Viaggiatore, barba lunga, chitarra sulla spalla…troppo stereotipo per non adeguarsi immediatamente: già mi vedo suonare ai falò e raccontare i miei mille viaggi, circondato dall’audience rapita e affascinata. Solita classica contrattazione e ci portiamo a casa una bellissima chitarra blu elettrico: siamo decisamente euforici. Entrati nel piccolo market, accompagnati dalla solita campanella, cerchiamo la birra più forte del frigorifer: stasera si festeggia, facciamo faville… e iniziamo a brindare fin dentro il minimarket.

L’espressione del cassiere non suggerisce particolare acume: l’ombra di baffetti sul volto e i lineamenti scavati lo fanno assomigliare ad un ratto abbronzato:  noi tra poco abbandoneremo quella fogna di città, bello mio, con la nostra chitarra e tutto il nostro fascino latino…da buoni occidentali, canzoniamo un po’ il cassiere che resta immobile come una statua. Si limita a farci pagare con sguardo assente, forse colpa delle “30” ore giornaliere che i Filippini lavorano di solito o forse, in realtà,  semplicemente non ci reputa degni di attenzione: cosa può mai dire a 4 bianchi alticci e in vena di burle?

Birre alla mano ci riversiamo fuori in strada e, sorseggiando la bevanda, iniziamo a strimpellare qualche accordo;  l’alcool ci dona euforia e socialità e le ombre cupe della città si dileguano, lasciando posto al buon umore…questo finchè non mi si avvicina un uomo, intimandomi di salire sul retro di un furgone. Mi faccio ripetere l’invito più volte, perchè sono convinto di aver frainteso: non vedo motivo di salire in un mezzo sconosciuto, invitato da uno sconosciuto, per andare in chissà quale posto sconosciuto…a Manila. Come solitamente faccio, declino l’offerta, quasi fosse un venditore ambulante, dicendo che non mi interessa. Il tizio però alza la camicia e mi fa vedere una Beretta 92 calibro 9, con caricatore prismatico removibile da 15 cartucce, mentre sull’altra mano tiene quello che sembra un distintivo di Polizia. Nella mia mente ancora ottenebrata dall’alcool si rincorrono storie di falsi poliziotti che rapiscono ignari turisti per trafficare con i loro organi, tuttavia posso solo timidamente protestare: l’arma conferisce al mio interlocutore un potere contrattuale ben più alto del mio. Cerco di far leva sulla compassione del “poliziotto”, scusandomi di tutto, anche perchè non ho idea di quale reato possa aver commesso, ma lo sbirro e un suo collega, appena giunto, ci invitano a salire sulla camionetta. Ci accomodiamo sugli scomodi sedili, condividendo il viaggio con prostitute e travestiti; direzione … caserma di polizia: a quanto pare sono poliziotti veri, almeno quello. Mentre lo scassato furgoncino parte, sono quasi sicuro di intravedere un mezzo sorriso sul volto del cassiere…”facevate tanto gli splendidi eh…e mo so cazzi vostri…

Arriviamo in caserma e riacquistiamo lucidità. La fauna è composta dai rappresentanti di ogni categoria delittuosa. le già citate prostitute, papponi, ubriachi che gridano, ce n’è per tutti i gusti. I due poliziotti di prima, più un terzo, ci fanno accomodare in una stanza, solo noi, su 4 sedie di legno e gli sbirri seduti sul tavolo, che ci osservano. La stanza è malinconicamente spoglia: luce al neon con tonalità verde ospedale, pochi mobili vecchi e consumati, giusto qualche sedia e un paio di tavoli, pareti color influenza intestinale. La scena è talmente tanto un clichè hollywoodiano, che non riesco nemmeno a preoccuparmi: ci manca solo il poliziotto buono/ poliziotto cattivo e il quadro sarebbe perfetto. La trama in realtà si semplifica: in tono estremamente cordiale, ma fermo, ci informano che è vietato bere alcolici in pubblico e che quindi, dopo una notte in gattabuia, verremo espulsi dal paese. Alla faccia della severità: per aver bevuto una birra veniamo espulsi, se per caso guidavo senza casco cosa facevano? Mi davano l’ergastolo? Il ghigno sui volti dei poliziotti però mi fa capire immediatamente che le cose probabilmente non stanno così come ce le vogliono far credere. Siamo occidentali,:confrontati a loro siamo ricchissimi, probabilmente gli astuti ufficiali stanno pensando di mungere a dovere questi ignari turisti per prendersi una bella tredicesima. Il più anziano dei tre probabilmente intuisce cosa sto pensando e scenograficamente mi sbatte davanti la faccia la calibro 9 insistendo sulla gravità del reato. Ci tocca pagare è chiaro. Intelligentemente non abbiamo portato molti con soldi con noi…ma dov’è il problema? Mentre due di noi restano in “ostaggio” in cella, altri due vanno ad un ATM a prelevare la “cauzione”. Dannati sbirri.

Si va in gita a prelevare. Gli ATM filippini si mettono a fare i capricci e così io e Fabio giriamo mezza città alla ricerca di un bancomat filippino che riesca a pagare l’ingiusto dazio. Sono due ore surreali in cui a turno scendiamo a provare con le nostre carte mentre, in auto, i poliziotti si intrattengono con uno di noi sventagliando il ferro e prendendoci non troppo velatamente per il culo.

Finalmente riusciamo a prelevare in tre tranche la somma richiesta: poche centinaia di euro in verità, ma quello, che viene considerato un po’ di soldi in Italia, a Manila corrisponde probabilmente a un anno di stipendio. Nella sala interrogatori c’è aria di festa, gli occhi luccicanti degli sbirri è inversamente proporzionale al metaforico dolore che proviamo noi nel fondo-schiena. Il più anziano, con fare misericordioso, ci informa che possiamo andare, che “per fortuna” abbiamo trovato loro, altrimenti chissà cosa ci capitava…già che fortuna!  Quando finalmente stiamo per lasciare quel luogo corrotto, un giovane ci blocca…”cosa c’è la dentro?”, indicando la custodia dello strumento acquistato qualche ore prima di essere colti in fragranza di reato. Avrei voluto ironicamente replicare “un fucile a canne mozze, stupido di uno sbirro: cosa vuoi ci sia dentro la custodia di una chitarra?”…ma faccio il bravo e mostro lo strumento. Alla scoperta che si tratta di una chitarra scatta immediatamente la richiesta di suonare loro una canzone. Mio Dio, si può essere più umiliati? Forse se ci facessero suonare e cantare nudi probabilmente sì, meglio non provocarli e così, sempre sotto le “minacce” delle beretta infilate nella cintura o tenute in grembo, si parte  con un bel unplugged live in Manila Police Station. Ridono gli sbirri, si divertono, vogliono vedere la chitarra da vicino e facendo un po’ i bulli del quartiere fanno pure finta di romperla, “mo’ vi buco il pallone“,:mi sento come un villico di Notthingam vessato dallo sceriffo.

Usciamo dalla stazione mesti, certi di aver subito una devastante ingiustizia, incrocio lo sguardo di una prostituta, la sua espressione mi fa capire che non è la prima volta che si trova là. Mi guarda come mi guarderebbe una mamma, “povero piccolo, oggi ti è andata così, vedrai che la prossima volta sarai più accorto…e se eviterai di burlarti dei cassieri magari la prossima volta ti avvertono che non puoi uscire a bere...”. Lezione di umiltà pagata 300 euro: ” grazie non serve la ricevuta” :  alla prossima.

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