Paura e Delirio a Nimbin

0
39
fb-share-icon20

Era un piovosissimo Maggio del 2009, io e Alex stavamo tristemente risalendo la costa est australiana in cerca di quel famoso “meraviglioso” senso di scoperta e di comunione che in tanti paventavano. Mi ero appena ripreso dall’operazione al dito e confidavo la sorte sarebbe girata a nostro favore presto…mi sbagliavo. E non solo per i futuri  e aggressivi incontri con padri di famiglia alcolizzati, ma anche per una insistente cellula ciclonica fantozziana che ci accompagnava da Melbourne e che non ci avrebbe più lasciato, nemmeno in pieno deserto.

A darci la carica tuttavia c’era ancora l’euforia iniziale e il pensiero che prima o poi il sole avrebbe bucato le nubi. La East Coast del Queensland è la versione australe della California: spiagge, feste tra i falò, surf, sole…certo a meno che non sia in atto una delle perturbazioni più feroci a memoria d’uomo. Le spiagge erano sferzate dai venti, le tavole da surf ben chiuse e a parte i gabbiani in equilibrio tra le correnti d’aria, in giro si vedevano gran poche anime.

Decidiamo così di ripiegare verso Nimbin, una città sessantottina idealmente gemellata con New Orleans. Qui la legge australiana ha le maglie molto larghe e attempati figli dei fiori gestiscono suggestive comuni coltivando la terra, dipingendo e ovviamente fumando tonnellate di Marijuana. Nonostante il maltempo si respira un’aria piacevole e rilassata…e te credo, sembra un buon luogo dove fermarci. Dal momento che in qualche modo abbiamo il presentimento (a ragione) che la tenda sarà la nostra casa per lungo tempo, optiamo per andare a dormire in un ostello su di un letto vero. Il nostro errare ci porta in complesso di alloggi suggestivo arrampicato sopra una collina selvaggia. Per arrivarci attraversiamo un artigianale ponte di legno e  dopo un ripido viottolo siamo a destinazione. Ci sentiamo i protagonisti di una fiaba: nella spianata tende fatte di pelli si susseguono come piccoli funghi colorati mentre le ragnatele degli acchiappasogni danzano nel vento. Sarebbe un luogo molto suggestivo ed emozionante se non fosse  percosso dalla pioggia che con inesorabile determinazione cade costante trasformando il verde prato in una insidiosa palude. Stanchi del viaggio decidiamo di sistemarci e rilassarci con una doccia, l’umidità ci è penetrata nelle ossa, più tardi ci sarà tempo per andare a prelevare soldi e fare provviste…sarà il nostro errore fatale.

I nostri compagni di ostello sono abbastanza silenziosi, il sospetto che siano strafatti mi sfiora, ma tuttavia non mi disturba; rinvigoriti dalla doccia calda io e Alex passiamo all’inventario: 1 litro di latte a lunga conservazione e poco più di mezzo kg di riso, in tasca un totale di 10 austrodollari, urge spedizione in paese per fare scorte.

Attrezzati con la nostra cerata ci dirigiamo alla macchina, ma veniamo bloccati da un corpulento figuro vestito come un tizio della pubblicità della Findus,  “dove state andando? non si può usare l’auto, il fiume si è ingrossato e il ponte è inagibile”. Silenzio. Io e Alex ci guardiamo sotto il ritmico e piovoso ticchettio, “Scusi, ma quando potremo tornare in paese?” chiedo io quasi incredulo, “non ho idea, arrivederci” e l’uomo in cerata gialla ci volta le spalle e si dissolve nell’acqua. Alex comincia ad inveire contro tutti i sette dei, io cerco di essere razionale. Ho visto un sacco di puntate di Bear Grylls, possiamo farcela. Il giaciglio non è un problema ci chiederanno di pagare solo al check out, il cibo beh su questo punto nutro più di qualche perplessità. Il ricordo del cartello “no credit card” getta un’ombra inquietante sul come faremo a pagare i pasti nell’attesa che il ponte venga riparato. Con l’umidità arrivata fino al cuore e gli occhioni da cerbiatto andiamo alla reception cercando di convincerli a farci credito, almeno fino a che la strada non sarà di nuovo aperta. Il ragazzo che gestisce la tenda di ristoro però ha istruzioni precise dal proprio capo, troppi fattoni a Nimbin, se mangi paghi e stop.

Giorno 1

Ci svegliamo alle 9, usiamo gli ultimi dollari per mangiarci 2 muffin al cioccolato che nella mia testa dovrebbero darci sazietà fino a sera. Non ho fatto i conti con la glicemia, dopo mezz’ora ho già fame. Pranzo e cena fotocopia: riso bianco bollito senza sale, la mancanza totale di sapore si traduce in un infinito senso di triste incompletezza.

Giorno 2

Ci svegliamo alle dieci con una fame divorante: a colazione finiamo il latte. Passiamo il pomeriggio a convincere 2 coreani della nostra simpatia affinché ci possano prestare soldi, ma sono talmente fatti che ridono e basta. Sospendo il tentativo per non picchiarli. A pranzo e cena ancora riso il cui unico scopo e riempire lo stomaco e dare per una mezz’ora un senso di insoddisfatta pienezza.

Giorno 3

Sveglia a mezzogiorno. Terminati soldi e provviste il piano è aggirarsi per la tenda ristoro e avventarsi sugli avanzi di qualcuno. Il piano non ha gran successo, la fame chimica degli avventori dovuta agli stupefacenti non lascia che poche briciole. Alex cerca di instaurare un baratto, vestiti in cambio di soldi, ma con scarso successo visto che fondamentalmente non ha vestiti (fatta eccezione per quelli che indossa)

Giorno 4

Sveglia alle 13, ormai dormiamo il più possibile per non avere fame. Ho l’impressione che lo stomaco stia iniziando ad implodere, siamo entrambi due cani rabbiosi e ringhianti ed è quasi certo che un’altro giorno così e sarà un assalto alle cucine armati di forche e fiaccole. Verso sera al culmine del degrado scrutiamo con interesse i rifiuti.

Giorno 5

Al culmine della disperazione la strada finalmente riapre. Abbiamo talmente tanta fame che non abbiamo le forze per gioire. Siamo maschere di pietra che silenziosi e meccanici si avviano a uscire dalla loro famelica prigione. Il viaggio verso il paese è avvolto nella nebbia liquida di gesti istintivi, il cervello si è spento sono un mero osservatore esterno. Vedo me stesso che ad un atm preleva 100 dollari per poi dirigersi senza indugio dentro un Mc Donald. Mi osservo ordinare un Mc Bacon, un Mc Chicken, un Mc royal deluxe e un Mc flurry. Dopo un tempo indefinito finalmente la mia mente risorge e re iniziano i processi cognitivi,  il vassoio dopo il lauto pasto è piacevolmente disordinato come un quadro da’arte moderna. Carcasse di cartone vuote e macchie di ketchup rimandano gli echi dell’ardua battaglia che si è appena consumata. Il muro d’acqua di qualche giorno fa ora è una fine pioggerellina. Sebbene sia ancora tutto grigio il mondo mi sembra più colorato, forse merito dell’eccesso glucidico e dello stomaco pieno, ma ora sento che tutto andrà bene, che finalmente ci godremo questa fantastica esperienza on the road…mi sbagliavo, non sarà affatto così, ma in quel momento non lo sapevo ed ero contento: Beata e Sazia ignoranza.

0
39
fb-share-icon20

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *