New York – USA: Un giorno Qualunque

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La luce filtra nel dormitorio, insicura e timida. Si fa strada attraverso i mattoni, le scale antincendio e si posa sul pavimento in legno. Il dormitorio del mio scricchiolante ostello nell’ Upper East Side è ancora immerso nel sonno, solo qualche gola si schiarisce e qualche piccolo soffio nasale rompe il silenzio polveroso. Il cigoli del legno mi accompagna a vestirmi, furtivo come un ladro, pochi minuti e una rinvigorente sciacquata dopo sono fuori…non si può dormire nella città che non dorme mai. In pochi istanti mi ritrovo nell’ampio marciapiede e con un buon passo mi avvio verso Central Park West. Di solito la nostra mente prima di trovarci fisicamente in un luogo fantastica, cerca di immaginarlo, cerca di proiettarsi per capire cosa aspettarsi. Solitamente la realtà si configura inevitabilmente molto diversa, ma non stavolta, non a New York. Complice il fatto che sono secoli che si rivela attraverso il grande schermo, la grande mela è esattamente come me la ero immaginata: luccicante, chiassosa, vertiginosa, alta come il cielo e vasta come il mare, un mare di vetro e cemento.

Passo accanto a Central Park, da un lato il verde primaverile inizia a farsi strada tra i livori dell’inverno, dall’altro giganteschi palazzi di vetro assistono allo spettacolo con noncuranza, non si sta male in questa città, il centro del mondo moderno, così amabilmente caotica e irrequieta. Dopo un’oretta arrivo finalmente al luogo che da tempo ho deputato alla mia colazione, Times Square. Qui vado nel mio carrettino ambulante di fiducia a prendere un muffin al cioccolato e un caffè. La piazza non è ancora illuminata dal sole, lassù in alto le punte dei grattacieli si godono il sole giallo, ma quaggiù è ancora tutto blu e freddo. Mi siedo su una delle tante sedie rosse ferruginose e leggo distrattamente le notizie che scorrono sui cartelloni. Mi sento veramente piccolo, una piccola cellula in questo enorme organismo frenetico e infaticabile. Luci ovunque, di giorno di notte, il mio sguardo è costantemente rimbalzato da un lato all’altro, e poi su verso l’alto dove tra le foreste di antenne si intravede l’azzurro.

Soddisfatto dalla colazione inizio la mia camminata verso Down Town, la fauna piano a piano si trasforma. L’abbigliamento diventa sempre più formale, gli sguardi severi, scendendo di latitudine gli autoctoni si rendono intoccabili e diventano un fiume in piena occupato e laborioso: gli affari non possono aspettare. Marciapiedi larghi centinaia di chilometri con milioni di persone che lo attraversano, un flusso colorato e distratto. Vinco la tentazione di percorrere tutta Manhattan in linea retta, sarebbe così facile visto il perfetto reticolo geometrico di strade e inizio a improvvisare, dall’Ottava Strada passo alla sesta, supero il Rockfeller Center per poi giungere nei pressi del  piccolo e intimo Bryant Park e poi giù fino alla Lower Manhattan. I grattacieli crescono all’avvicinarsi del distretto finanziario, enormi monumenti al commercio occidentale, vanitosi nella loro scintillante livrea, mi schiacciano, impongono la loro presenza, ma io ne resto affascinato e rapito, come può un uomo costruire qualcosa di così immenso?

Arrivato a Battery Park mi concedo un Hot Dog da un dollaro nei tipici carrettini fumanti, lì in fondo oltre questo scampolo di mare c’è la Statua della Libertà, si sta abbronzando al tiepido sole primaverile, ammirata da orde di turisti che ambiscono le sue attenzioni. Saturo di tanti stereotipi cinematografici decido di andare a Brooklyn, e nel passare il ponte si cambia completamente pianeta. I palazzi diventano decisamente più raccolti dei cugini di Manhattan e al posto di uomini d’affari in doppio petto ragazzi che giocano a basket e anziani che si sfidano a scacchi. Sembra quasi che la frenesia ansiogena sia relegata all’isola dall’altra parte del ponte, qui vige una sorta di serafica tranquillità, quasi rassegnati a non poter mai diventare belli come la principessa d’oltre canale.

Il mio vagabondare mi fa atterrare al parco del Brooklyn Bridge verso l’imbrunire. La metropoli si sta facendo bella per la sera, sempre impeccabile: un diadema di luci su quel grattacielo, una collana di diamanti luminosi lungo quella street, un pizzico di gioielli preziosi su quelle punte laggiù…lo sai che sei bellissima vero? Certo che lo sai e questo tuo incidere così accondiscendente ti rende ancora più desiderabile. Devo fare moltissima strada per tornare al mio scricchiolante ostello di legno, ma non voglio farmi inghiottire dalle budella nere e scure della metropolitana, vale la pena faticare per ammirarti, anche stanotte danzeremo insieme, mi illuderai con le tue luci, mi pregherai di stare con te fino al mattino pur sapendo che non potrai regalarmi nulla se non vaporosi e colorati sogni al neon.  Ora che il cielo è scomparso nel vuoto nero tutto il mondo è quaggiù, tra questo dedalo abbagliante d’asfalto, anche Central Park è scomparso inghiottito dalla notte, ora inizia l’ode all’artifizio, l’elogio dell’ingegno umano. Nella timida laterale di Central Park west prima di salire gli scalini del mio ostello mi volto un’ultima volta, un taxi giallo si perde in fondo alla strada…sì sei proprio bella inutile negarlo, ma ora è tardi, buonanotte.

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