Bali – Indonesia: un giorno qualunque

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Le nebbie dense del sonno si sciolgono al ritmico cinguettio tropicale sopra il tetto di rami intrecciati. Il sole filtra tra le finestre e l’aria umida  mi informa che è mattina inoltrata. Mi lavo il viso stando attendo a non ingerire acqua, non sono sicuro sia potabile e indossati i miei pantaloni e ciabatte, apro la spessa porta intarsiata. Mi avvio pigramente attraverso il viale di profumatissimi frangipane verso mio motorino. Il vialetto di mattoni è macchiato di ombre dolci e dorate del primo sole, l’aria è profumata, ma contiene già in sè la promessa di diventare molto più calda nelle ore avvenire.

Lascio il cortile del complesso di case dove abito e mi butto incerto in strada. Il flusso di motorini locali è già intenso, una unica corrente sanguigna viva che si dirige a lavoro. Nei vari negozi variopinti donne con abbigliamento Indù rituale stanno posizionando il tipico cestino di fiori.Tra le mani giunte stringono un incenso che scodinzola ipnoticamente. E’ il rituale di ogni mattina, pregano perché oggi sia un buon giorno di affari, offrono fiori e biscotti agli Dei affinché veglino su di loro. Questa sera saranno solo l’ennesimo coriandolo di spazzatura nella strada, ma adesso queste offerte così colorate di fiori e profumate di incenso hanno tutta la speranza e l’augurio di un buon giorno.

Cerco per quanto possibile di evitare le zone più impervie della strada e parcheggio il mio mezzo davanti al solito Circle K. Il piccolo supermercato mi dà il benvenuto con il solito schiaffo di aria condizionata gelida; cambiano il nome, ma in tutto il sud est asiatico questi piccoli negozi sono soltanto cloni di loro stessi. Piccole isole di occidentalità che cercano di darsi le arie di un grande store, ma che conservano tutta la meravigliosa e colorata confusione tipica dell’Asia. Prendo un pacchetto di Oreo, la mia colazione, e con il naso freddo esco fuori nel tepore del caldo sole equatoriale. Mi manca un po’ il caffè, ma un succo di mango in spiaggia dovrebbe sopperire appieno al mio desiderio.

Mi siedo sotto le solite accoglienti fronde di una mangrovia, sulla sabbia le tavole da surf come strani monumenti si ergono maestose e regolari di fronte a me, attorno adoranti adepti le accarezzano e le sfiorano sussurrando. La mia colazione non è ancora finita che una donna, completamente coperta di sarong e con una cornucopia di frutta in testa, mi si avvicina per chiedermi se desidero frutta…prendo un dragon fruit, solo perchè i suoi occhi sono così pieni di vivacità da mettermi il buon umore.

Torno in città, per le strade la solita strana mistura di odori: note di incenso, oli per massaggi, spazzatura ed olio fritto, è la marca olfattiva di Kuta. Muri austeri di filo spinato e templi colorati si alternano nelle stradine strettissime, ai lati l’infinita teoria di internet point, cambi valuta e negozi di souvenir piantonati da commessi con l’aria già stanca. Non sono degno delle loro avances, ormai mi conoscono, si preservano per qualche chiassoso australiano.

Seduto al ristorante, quello che in teoria è il mio ristorante, osservo assente il rigagnolo di motorini trasformarsi in torrente e poi in fiume. Anche i più nottambuli ormai hanno una birra in mano e ululano, si agitano, scrutano i negozi. E’ un teatrino a cui sono abituato, ormai sono parte integrante dei “commedianti”, i balinesi alla mattina mi salutano con familiarità, non sono più un turista bulè da ammaliare con la loro merce, sono passato dall’altra parte della barricata. Il mio sguardo vola sopra il confuso chiacchiericcio, incontra il groviglio di fili elettrici e poi le palme. La magia dell’isola è andata decisamente scemando, ormai figlia di una rincorsa al benessere occidentale che non può portare a nulla di buono.

E’ pomeriggio inoltrato quando stanco dello spettacolo turistico decido di fare una pausa, ha un che di ironico essere titolari di un ristorante e non pranzare là, ma il mio desiderio di scoperta e avventura male si coniuga ad un locale ad uso e consumo turistico. Mi rifugio nella periferia di Kuta, l’asfalto mi abbandona molto presto e i volti locali prendono il sopravvento. Non più negozi scintillanti di abbigliamento, ma lavanderie, stirerie, meccanici, il vero cuore operativo della città. Niente romantico artigianato locale, ma negozi “necessari”. Niente porte in legno decorato, ma reti, filo spinato, muri di cemento anziano, polvere e vita. Entro nel mio solito Warung, piccolo ristorantino locale non adatto a palati troppo sofisticati. Ciotole di plastica dalla pulizia incerta, salviette di carta, posate non proprio lucenti, qui non c’è spazio per i fronzoli, qui si viene a mangiare e poi si torna al lavoro. Un piccolo ventilatore cerca di scacciare inutilmente le mosche dalle ciotole rosa ricolme di cibo multicolore. Dalla cucina, un antro nero, unto e buio, proviene l’inconfondibile sfrigolio dell’olio, oggi si mangia polpette di patate fritte.

Mescolo il riso nel sugo rosso del tofu, il sole sta già calando, sono quasi le 4 del pomeriggio, l’entropia rumorosa di motorini e grida resta un rumore bianco di sottofondo che non accenna a placarsi. Di fronte a me un ragazzo balinese si gusta il suo piatto mangiando con le mani come da usanza: capelli lunghi, pelle abbronzata, ben piazzato, immagino sia un istruttore di surf, immagino venga a rifugiarsi qui quando è stanco di tanti volti occidentali che in una replica senza fine fanno sempre le stesse domande, chiedono sempre le stesse cose, fanno sempre le stesse battute pensando di essere originali.

All’equatore alle 19 il sole ha già salutato tutti, le strade più centrali della città si accendono immediatamente. Esche scintillanti per sedurre, ora al brusio dei motori si iniziano ad aggiungere le note profonde dei locali da ballo, il cuore notturno inizia a battere. E’ il momento delle promesse: serate indimenticabili, pezzi di paradiso alcolico in cambio di un piccolo obolo, sirene seducenti che richiamano marinai più o meno consapevoli. Sono abbastanza impermeabile alle loro promesse, c’è stato un tempo in cui zompettavo da un locale all’altro alla ricerca della serata indimenticabile, ma quasi sempre ciò che mi restava era solo il gusto amaro in bocca e un forte mal di testa al mattino. Bali si prostituisce di notte, lo fa spinta dai suoi abitanti ingordi, non ha alternative, sommessamente prendo il mio motorino e la saluto. L’isola stasera mi tradirà, si farà violentare da orde di australiani grassi e sudati, ma io domani mattina ci sarò ancora. Pronto a salutarla al cinguettio del sole e ad accarezzarla con i petali delicati di un fiore, ma per adesso buonanotte.

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