Ai margini di Venezia

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E’ il primo week end di Carnevale, è ovvio ci sarà molta gente. Ma abbiamo comunque deciso che dovevamo ritornare. L’ultima notte aveva acceso in noi il desiderio di respirare nuovamente questa città: volevamo perderci tra il dedalo di mattoni rossi, sederci ad ammirare gli strati di storia nei campielli salmastri, solleticare il naso con i profumi del cibo di strada. Volevamo tornare a Venezia.

La foschia invernale cancella il sole e cancella le ombre dallo sguardo. Mare e cielo si abbracciano perdendosi l’uno dentro l’altro, oggi la città è un pianeta sospeso nel grigio sciabordio della laguna. Tenui silhouette scivolano sornione nel salmastro monocromatico, ne rubiamo una e ci facciamo portare sull’isola della Giudecca. Da qui Venezia è un dipinto incompiuto, solo piccoli accenni di colori, ma la città è ancora lo schizzo di un artista indeciso dai contorni incerti. Oltre questa teoria di onde salmastre Piazza San Marco starnuta coriandoli e stelle filanti, cavalcata da colori mascherati e profumi di frittelle, ma dove siamo noi tutto tace.

L’isola è stretta come il canto di un gabbiano, in pochi passi la attraversi. Non incontriamo nessuno per le strade, l’unica testimonianza di vita sono i panni stesi al sole, che garriscono all’incerto e umido vento. Cerchiamo qualcosa? Forse o probabilmente desideriamo solo vagare senza meta, vedere dove un muro di mattoni può condurre. Ed ecco che una volta ci ritroviamo dentro una piccola trattoria che sconsolata guarda con invidia e tristezza l’altra riva: più festosa, più ricca più frequentata. Sei sul bordo delle guide di Venezia, non sei contemplata, non esisti. Resti sospesa nella grigia foschia della laguna con le scadenti riproduzioni di opere d’arte e tremuli neon, ma con tutto il calore di una cucina intensa come il dialetto del luogo.

Dietro ogni angolo retto si può nascondere qualsiasi cosa, una piccola piazza circondata da oleandri o una soffocante strettoia che imprigiona lo sguardo. Puoi girare per anni oppure ritrovarti improvvisamente alla fine del mondo, con solo qualche scalino morso dalle alghe che porta  nel grigio senza fine della laguna.

Abbiamo ancora voglia di grattare la superficie, scavare le ombre umide e soffiare le nuvole. Non ci vuole molto, un selciato di panciuti massi ci porta nel cuore di una fabbrica di gondole. Il rumore ritmico degli scarpelli, ombre che si muovono attorno agli embrioni di legno, stanno celebrando una nascita, stanno preparando qualcosa di molto particolare: il profumo del legno incontra per la prima volta il sale della laguna, è un amore non facile e occorre tutta la sapienza di secoli per farli innamorare ancora una volta.

C’è bisogno di pazienza vecchia di secoli, occorrono strati di vernice per proteggere le assi dal lagunare amante, occorrono intarsi e adorni preziosi per sedurre il Dio del mare e morse forti e capaci per imbrigliare la natura viva del legno e renderla docile al comando dell’uomo. Occorre molto lavoro e pazienza; dal singolo nasce il tutto, prima le ossa, le costole, la schiena. Ogni colpo di martello aggiunge un dettaglio fondamentale, tutto è necessario. Tra non molto sarà un’elegante piuma nera che scivolerà tra i canali, innamorata della città, innamorata del mare.

Restiamo per tempo indefinito a osservare, è una nascita lenta  fatta di calcoli, misure, carezze e colpi decisi. Possenti travi sfiorano una pelle di delicati intarsi ancora incompiuta. Vorremo restare là tutto il tempo necessario a vedere l’opera ultimata, vorremmo essere testimoni della trasfigurazione da albero a Gondola, ma il vento caldo e umido del sud ci accompagna fuori.

La luce inizia a scemare e al primo accendersi dei lampioni ritocchiamo Venezia. Oltre il canale della Giudecca cresce il vociare chiassoso e ingombrante,  sobbalziamo insieme ai turisti di campiello in campiello. Siamo tante piccole formiche brulicanti  deglutite di calle in calle, instancabili e goderecce alla ricerca della festa. Ci permettiamo un timido sguardo, queste atmosfere poco ci appartengono e ci posiamo qua e là giusto il tempo di assaporare piccole tavernette assopite nell’ombra. Quando il torrente umano diventa fiume decidiamo che è ora di ritornare sui nostri passi.

Lasciamo che la città continui nei suoi festosi rituali vecchi di secoli, mentre le luci dei campanili sbiadiscono all’orizzonte abbasso il finestrino e lascio che l’aria salmastra ci saluti, un ultimo profondo respiro, un ultimo umido bacio…alla prossima.

 

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