L’arte a Vicenza

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Adoro la pittura. Trovo sia una sorta di istantanea dei pensieri dell’artista. Permette di interpretare il mondo con gli occhi di qualcun altro, attraverso le sue gioie, i suoi dolori, i suoi pensieri.  Con questo spirito partiamo un sabato pomeriggio di Febbraio alla volta di Vicenza. Vogliamo ammirare i quadri di Van Gogh spiegati attraverso le lettere al fratello. Non il Van Gogh famoso della notte stellata, ma l’essere umano fragile, in costante competizione con se stesso e con i maestri ai quali si ispira. Un animo tormentato senza una fissa dimora, costretto ad arrangiarsi alla bene e meglio con i soldi passati dal fratello. La solita ironia, se solo avesse potuto immaginare a quanti milioni sarebbero stati venduti i suoi quadri. La mostra riaccende in me il desiderio di confrontarmi ancora con la pittura, ma nel frattempo decidiamo di approfittare per visitare il capoluogo berico.

La città vive dell’eredità del grande maestro del 500 Andrea Palladio, lo si capisce perchè ogni cosa porta il suo nome, dal parcheggio al bar, dalla farmacia all’edicola, perfino i resti romani sono messi in ombra dai colonnati bianchi delle opere dell’architetto.

Cercando di ignorare le orde di turisti che affollano le piazze per festeggiare chiassosamente il carnevale, ci perdiamo a rincorrere le geometrie degli edifici. La Basilica Palladiana ha qualcosa di ipnotico e mistico, irradia maestosità con i suoi lunghi e imponenti colonnati. La torre campanaria a lato, nel sole di mezzogiorno, sembra fatta di ambra scintillante e pare infilarsi dritta alla fine del cielo. E’ la celebrazione dell’arte architettonica, l’equilibrio massiccio della pietra che si scontra con l’azzurro del cielo. Inevitabilmente ci sentiamo due formiche al cospetto di una montagna. E’ tremendamente affascinante sapere che è stato un uomo cinquecento anni fa concepire tutto questo.

Istintivamente iniziamo una caccia al tesoro alla ricerca dei dettagli dell’architetto, voliamo di piazza in piazza gustando il candido e simmetrico equilibrio tipico dei suoi lavori, . Siamo rapiti da tanta bellezza. Saziati i nostri occhi ci rifugiamo in un piccolo bar per concerci un tè al caldo.

Finché sorseggio la bevanda bollente realizzo che è tutto questo ciò per cui vale la pena vivere e viaggiare. La bellezza. No, non quella sfuggente ed istantanea a cui ci abituano i mass media, ma quella eterna dei capolavori dell’arte e quella segreta e nascosta dei paesaggi naturali. Ha senso dunque che io sia innamorato della montagna e dei templi cambogiani, della foresta del Borneo e dei fori imperiali. Sono tutte manifestazioni magnifiche a cui ognuno dovrebbe ambire ad ogni respiro. Rubare con gli occhi e con la mente e serbarne per sempre il ricordo. Il filo di pensieri fa nascere una considerazione. Riesco ad intuire la causa del fuoco che mosse Van Gogh anni or sono: il disperato bisogno di manifestare tanta bellezza e il volere donarla a tutti. Il tentativo di rendere fruibile a tutti la poesia che lui coglieva con i suoi occhi: fosse un lungo filare di salici o un semplice tessitore. L’artista diventa per noi l’interprete di un linguaggio che udiamo, e vediamo ogni giorno, senza riuscire a comprenderlo. Lui ne coglie i dettagli e si adopera per tradurcelo. In un circolo virtuoso crea egli stesso un nuovo linguaggio, un sovrappiù di significato che va ad aggiungersi all’originale…un ultimo sorso di tè e il sole scompare dietro la Basilica.

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