Le strade dell’Havana

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Mi sveglio. Intravedo appena le nuvole rosa e oro verso est, il balcone della casa particular El Cristo mi permette appena di intravedere l’alba. Giù nella piazza i cubani si sono già svegliati e qualcuno sta allestendo la sua bancarella nonostante l’ora presta. C’è un leggero vento che si insinua tra i vicoli stretti, arriva da ovest, dall’imponente Capitolio. Mi vesto, una nuova pelle,non sono più necessari gli strati invernali, adesso sono al caldo, adesso sono a Cuba.

Il viaggio in aereo è stato un lungo sogno,un brusio di aria condizionata intervallato da hostess monoporzione e una notte lunga come un oceano. Atterrati all’aeroporto Jose Marti sbuffi caldi e neri di vecchie auto americane ci danno il benvenuto. Siamo già partiti da secoli ormai, il nostro passato è al di là di un oceano nero senza fine,ora siamo dentro questa nuova realtà.

Scendo in strada e inizio a correre. Non conosco questi luoghi, sono un esploratore che guardingo si muove tra le rughe di asfalto della città vecchia. Le case cadenti non si curano del mio passaggio, austere signore di pietra ormai invecchiate fragili come castelli di sabbia, testimoni di una gioia effimera di mezzo secolo fa. Arrivo al Paseo, il camminamento pedonale di pietra lucida guida i miei passi con più sicurezza. Alberi e lampioni si alternano regalandomi strappi del cielo azzurro e dorato. Incrocio stormi di scolari che volteggiano tra le panchine in attesa di andare a scuola, piccoli coriandoli tutti uguali in divisa. Giunto al Malecon devo sfidare le sbuffanti auto anni 50 che incuranti dei loro acciacchi insistono a brontolare queste strade. Ormai resta poco di ciò che erano in origine. Ibridi meccanici con trapianti di motore per ingannare la morte, ma sempre lucide e scintillanti in questa tiepida mattina.

Saluto l’antico forte verso est, una silhouette nera che si staglia nella tavolozza mattutina,di fronte alla furia dell’oceano bianca e terribile. Enormi mani di schiuma ringhiante cercano di strappare le mura del lungo mare. È una lotta che mi pare duri da secoli, la pietra resiste, ma sono evidenti le sue laceranti cicatrici. Corro più veloce, le dita di piccoli cristalli salati cercano di carpirmi, e io qualche volta mi lascio graffiare da questa furia, quasi volessi addomesticare questo feroce animale d’acqua.

Quando ritorno nella piazza centrale ormai Habana è già sveglia, ha il volto sorridente dei tassisti e il caldo tocco del sole riflesso dal marmo dell’imminente Capitolio. Con piccoli balzi salgo sulla sommità della scalinata e abbraccio ad occhi chiusi tutta la città. Il cuore batte forte in petto e cerco con il mio respiro di arrivare in ogni angolo, dai bar festanti alle buie e anguste macellerie, dai carri ambulanti di frutta alle panetterie profumate, dell’asfalto caldo e ferito alle macerie di case un tempo imponenti. Respiro tutto e lo tengo dentro di me assimilandolo al ritmo agitato del mio cuore. Buongiorno Habana.

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