Lo spirito Cubano

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La morbida luce del pomeriggio si distende sulle strette vie ciotolate di Trinidad. Le pietre irregolari luccicano come scaglie di un animale antico che muove i suoi tentacoli tra le facciate antiche delle case, agitandosi sotto uno sconosciuto impulso ci costringe a percorrere il suo dorso con il passo insicuro dell’ebbrezza. Nel cielo le nubi stanno cercando da un po’ di tempo di organizzarsi per coprire l’ultima luce, quasi che nascondere il tramonto fosse l’ambita vittoria della giornata; il vento fresco che spira dall’altopiano rovina però tutte le loro strategie lacerando i nembi di striature arancioni. Nei pressi di Plaza Major incontriamo Renato, un esuberante cubano in vena di chiacchiere. Percorriamo insieme un tratto pietroso della città mentre ci racconta la sua vita in questi luoghi. Tra una sbuffante boccata di Cohiba e un saluto chiassoso a qualche dama di passaggio, Renato ci racconta un’esistenza fatta di razionamento del cibo, di stipendi che a malapena coprono il minimo del fabbisogno, di un governo nato nel grembo della rivoluzione e mutato poi in una indispettita e avida svolta autoritaria soffocante. Non è una dittatura, ma non è nemmeno democrazia. In questa isola in cui sei costretto a lavorare sennò vai in prigione la vita viene presa così come viene. I bellissimi palazzi crollano sotto il peso dell’inefficienza, oggi manca l’acqua,domani le strade si allagano perché costa meno chiudere l’acqua che riparare l’acquedotto. I cubani però sono sempre lì: sorridenti che fumano il loro sigaro; seduti sul marciapiede, rassegnati nemmeno troppo tristemente ad un destino che pare già tracciato.

Renato si ferma a salutare un omino paffuto con in mano un cassa bluetooth. “Serve per la salsa eh?” Chiedo in un sorridente tono retorico, “serve per vivir” mi risponde l’omino con tono rassegnato. Mi resta il dubbio se intendesse che la cassa era parte del suo lavoro o se la musica della cassa fosse l’unico modo per evadere da una prigione che soffoca ogni desiderio.

Mentre mi congedo dal chiacchierante duo ripenso al Tocororo, l’uccello simbolo nazionale di Cuba. Un volatile paffuto bianco, rosso e blu,stanato proprio ieri nella foresta del Topes de Collantes. Era posato sul ramo di di un mango, se ne stava immobile, bellissimo e prezioso nel suo piumaggio. I suoi gorgheggi erano trilli gioiosi, delicate melodie che riempivano la foresta, poi nello spazio di un respiro era sparito. La leggerezza effimera, il desiderio bellissimo di ciò che potrebbe essere, ma che alla fine poi non è mai, almeno fino al prossimo ramo e al prossimo trillare. Eterna rincorsa verso una melodiosa promessa di libertà colorata che però poi non si arriva mai a toccare e che non è mai arrivata. Non resta che sedersi con il morbido gusto del tabacco sulle labbra e lasciarsi portare via, ascoltare il suo canto volubile e sperare che domani sia un buon giorno.

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