Budapest: un fotoracconto

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Attratto dai mille messaggi con offerte di viaggi che mi arrivano quotidianamente convinco Elena a seguirmi in una toccata e fuga nella capitale ungherese. Il prezzo è veramente basso contando il volo e l’hotel a 5 stelle, deciso si và. Il nostro inseparabile zaino, l’abbigliamento tecnico, siamo ormai perfettamente rodati. Abbiamo in verità solo un giorno da sfruttare per visitare la città, ma ce lo facciamo bastare alzandoci alle 6.00. Un po’ di piscina, un po’ di yoga e poi via. Il tempo è minaccioso e plumbeo sottili aghi di acciaio ci colpiscono in viso mentre chiazze di neve sparse qua e là ci ricordano che qui l’inverno è severo e implacabile.

Scendiamo lungo il ribollente Danubio e ci dirigiamo verso il colle che ospita il palazzo reale magiaro. I muri severi sovrastano la città, silenziosi e solenni, un viale di alberi spogli con i loro rami come dita ossute che tendono al cielo ci conduce al Bastione dei pescatori. Sotto un cielo gonfio e pesante percorriamo le balaustre dell’edificio, sfidando i venti gelidi che arrivano dal fiume. Si riesce ancora a scorgere tra le pieghe dei palazzi antichi dettagli imperiali che rimandano al glorioso passato della città. Dentro l’opera quasi possiamo udire il passo ritmico di nobili e dame che accorrevano a vedere gli spettacoli.

Le grandi lingue d’asfalto ci guidano attraverso la città vecchia, sempre sorretti da un freddo refolo che cerca a tutti i costi di insinuarsi tra i nostri vestiti accarezziamo con lo sguardo i mattoni rossi dell’antica moschea di Budapest. Austera e implacabile ci seduce con il suo fascino antico e solenne.

E’ ancora orgogliosa Budapest, i larghi viali, le chiese imponenti, l’Opera, tutto rimanda echi di uno sfarzoso passato. Due città, due anime, Buda e Pest, una insediamento antico l’altra più moderna, in mezzo il grande Danubio. L’uomo qui non si è arreso davanti alla furia grigia e minacciosa del fiume. Forti zoccoli di cemento sorreggono digrignanti strutture di acciaio per consentire il transito dei pellegrini.

Alla fine di una delle vie più famose della capitale decidiamo di prenderci una pausa dal freddo appuntito. Nella storica pasticceria Gerbaud veniamo accompagnati fino alla Belle Epoque. Oro e intarsi guidano lo sguardo attraverso i grandi saloni, drappeggi di velluto e creazioni pasticciere sono sirene che ammaliano lo spettatore con promesse di peccaminose gioie sublimi.. Ci lasciamo tentare ben volentieri dalle ammiccanti avance di cioccolato e lasciamo che il cucchiaio compia il suo lavoro sulla geometria triangolare di pan di spagna e caramello

Solo nel tardo pomeriggio la coperta fredda che ammantava la città si solleva, il cielo è invaso da un gelido tramonto. Il vento continua a rincorrersi sul Danubio, incurante. Al di là del colle inizia l’acquerello di rosa e blu del tramonto. Le pennellate si fanno sempre più decise fino a che tutti i muri della città vengono contaminati da questo gioco di rossi e violetti. Per un attimo crediamo che perfino il burbero fiume si lasci ammaliare dallo spettacolo regalando qualche tenue riflesso rosato.

I pinnacoli del parlamento svettano nell’aria ghiacciata, bianchi come lame di luce si lasciano abbracciare dalla rosea luce del tramonto. Continuiamo a sfidare il burbero vento del nord lungo il Danubio, quasi che il tramonto infiammato di un gelido fuoco potesse in qualche modo scaldarci. Di ponte in ponte, di strada in strada continuiamo a rincorrere l’imbrunire rendendo familiari ai nostri sensi i profumi di cannella e zucchero che salgono dai fumanti chioschi lungo i marciapiedi.

Quando ormai il cielo è blu cobalto e i lampioni si svegliano dal loro torpore diurno ci posiamo stanchi e infreddoliti di fronte al tè caldo. Nel firmamento stellato di lucine del piccolo bar lasciamo che il tepore della bevanda riscaldi le nostre sommità intirizzite. Ogni città ha la sua anima, le sue sfumature le sue peculiarità. Budapest è come un grande abete secolare che si erge fiero e impettito di fronte all’inverno aguzzo e bianco. Con le sue radici ben salde a cavallo del fiume si posa con larghi rami lungo le colline e i dolci pendii. Seguo il caldo percorso dell’ultimo sorso di tè, ci rivestiamo e a braccetto della Tramontana ci avviamo verso casa.

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