Perchè lo faccio?

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Il sonno è un pantano fresco di aria condizionata che impasta le membra e gli occhi. E’ vischioso, tenace, è inevitabile avere la tentazione di lasciarsi andare. Troppo sonno per formulare costrutti logici, solo un pesante pensiero “ma si, tanto cosa cambia? Sono le 5.30, tutto il mondo sta dormendo…” e a seguire poi la classica domanda “…chi me lo fa fare poi?”. Non c’è risposta, perchè semplicemente non esiste. Con le articolazioni cigolanti scendo le scale e apro il balcone. Arriva il profumo blu della notte, fresco e umido. A oriente qualcosa color latte inizia a farsi strada tra l’orizzonte di granturco, ma si tratta solo di una pallida suggestione, così fioca da farti dubitare sia vera.

Percorro il viale di sassi che mi porta sulla strada strada, l’inizio di tutto, l’inizio del mondo. Lo faccio quasi in punta dei piedi, ho paura di spezzare questo fragile silenzio nero, è tutto così immobile e perfetto che mi sento un chiassoso intruso. Un rapido controllo, accendo il mio corpo e dopo un profondo respiro parto. I lampioni mi regalano gialli attimi di realtà intervallati da lunghi tratti felpati di blu notturno: momenti di veglia cadenzati da surreali ombre nere. Le gambe sono pesanti, il respiro è umido: è sempre così i primi kilometri, lo so,  ogni volta, all’altezza di quel ponte di legno un po’ traballante, il tarlo si fa strada “…domani mi sa che riposo però…“. Senza che me ne renda conto il cielo non è più blu scuro, inesorabilmente i toni cupi sono sciacquati e slavati iniziando a delineare i contorni di un nuovo giorno. Anche il paesaggio lentamente si sta trasformando, minuto dopo minuto pennellate di luce restituiscono i colori perduti della notte.

I muscoli si stanno scaldando, la velocità aumenta. Ora ricordo perchè faccio questo ogni mattina, sento una energia atavica scorrermi dentro, qualcosa che mi fa andare avanti nonostante i piccoli dolori e la fatica. E’ il mio momento, un’ora, un secondo e un’eternità: io sono tutto e tutto corre con me. E’ all’altezza della piccola chiesetta di Ca’ Molin che finalmente arriva. Era già da un pezzo che l’incessante canto dei suoi pennuti araldi ne annunciava l’arrivo. Eccolo, dapprima una piccola linea curva, poi, in un battito del mio cuore, è già una meravigliosa gemma arancione. Si lascia ammirare solo pochi istanti, poi la sua luce violenta mi impedirà di osservarlo, ma in questo singolo istante sono l’unico sulla terra che lo può vedere, così perfetto così meraviglioso. In cielo strappi di luce bianca rivelano il passaggio di alcuni aerei mentre avanti a me le ultime lumache si rifugiano nell’erba fresca del mattino. Ora il disco arancione irradia il mondo, alberi, campi coltivati, case. Alcune ombre lunghe cercano di sfuggire la sua accecante bellezza, ma sanno che è solo questione di tempo. Il timido arancione brillante di qualche istante fa lascia il posto ad un giallo scuro molto più sicuro di sè, tanto da azzardare un fugace incontro con una nuvola di passaggio. Ne nasce un meraviglioso amplesso fatto di Indaco, viola, azzurro e rosa una tavolozza infinita di acquerelli che si lascia dissolvere in un mare di luce accecante. Le gambe scorrono in sincrono con il cuore, l’asfalto se na va via dietro di me: ora io sono, ora io esisto.

Un passo dopo l’altro, continuo, i metri diventano kilometri, 5, 10, 15 e continuo. Continuo a correre e a celebrare il mondo che ora esiste, finita la pausa nera della notte ora tutto sta tornando lentamente al suo posto. Alcune finestre cominciano ad aprirsi, sento il tintinnare argenteo dei cucchiaini e l’assonato brontolio del caffè sulla fiamma. Un ultimo pezzo di strada sterrata, un ultimo scatto, un’ultima curva. Le finestre della mia casa sono aperte, penso alla mia bimba già sveglia mentre affannosamente cerco di recuperare il respiro. Il cuore martella, ma è felice. Il sole ormai vanitoso di luce bianca non mi permette più di guardarlo “Se vorrai vedermi ancora sai cosa dovrai fare…“. Si lo so, ci rivediamo domani mattina, quando ancora una volta mi chiederò “perchè lo faccio?“.

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